Tra vicenda Gavillucci ed innovazioni per il futuro: quale AIA per le prossime stagioni?

L’AIA ha vinto.
Sono sempre stato convinto sostenitore di un principio fondamentale: i procedimenti possono essere motivo di discussione, le sentenze si rispettano. Sempre e comunque.

Il Collegio di Garanza del CONI ha riconosciuto le ragioni dell’AIA, accogliendo il ricorso contro Gavillucci, di fatto ponendo la parola fine (perlomeno di fronte alla giustizia sportiva) ad una vicenda che ha fatto tremare l’associazione e la sua dirigenza (in caso di sconfitta le dimissioni sarebbero state non automatiche ma quasi).
Ancora non si conoscono le motivazioni di questa decisione.
Naturalmente la scelta non può essersi basata su altro che non sia la legittimità dei giudizi precedenti perché, come sappiamo, il terzo grado non può entrare nel merito.

Detto ciò, la mia personale posizione su Nicchi e su questa dirigenza rimane molto negativa per una serie infinita di motivi, in particolare sui toni alti utilizzati troppo spesso e spesso a sproposito.

Due giorni fa è uscita la nota dell’AIA in merito alla vicenda Gavillucci, sulla quale non mi sono espresso e che non voglio nemmeno commentare.
Mi limito solo ad una riflessione: sono intimamente convinto che l’AIA si sia pentita di quel comunicato, eccessivamente ruvido e contenente una sorta di “promessa” di rivalsa nei confronti di chi ha espresso giudizi negativi sulla gestione dell’associazione e della questione Gavillucci in particolare.
Le critiche non vanno vissute come attacchi personali ma come spunti di riflessione.

Chi segue questo blog può facilmente rendersi conto di quante critiche riceva io stesso per alcune valutazioni: rispondo sempre (come è giusto che sia per rispetto di coloro che investono del tempo per elaborare elementi di discussione) e raramente con toni eccessivi, riservati a coloro che insultano gratuitamente oppure che insistono su teorie strampalate come complotti di palazzo, sudditanza psicologica o, peggio, malafede.

Non ho mai vissuto le critiche come un attacco personale ed anzi, in molte circostanze, talune osservazioni mi hanno portato a riflettere su talune affermazioni.

Per quanto riguarda la vicenda Gavillucci non ho mai nascosto di aver apprezzato l’iniziativa, smarcandomi da alcune valutazioni insensate mosse da taluni, come il collegamento tra la dismissione e la sospensione temporanea della gara Sampdoria-Napoli.
Credo che ormai sia chiaro il motivo per cui qualcuno ha puntato su quella vicenda: non certo sostegno alla battaglia (giusta) di Gavillucci per ottenere un sistema più trasparente ma per creare confusione attorno all’associazione, per generare i soliti, detestabili click di indignazione, per generare commenti che potessero formare un movimento di destabilizzazione della categoria puntando sull’esclusione di un arbitro per motivi che non avessero come base i motivi tecnici.

Molti (se non la maggioranza) non hanno ancora capito che la posizione finale di Gavillucci non era nemmeno lontanamente il motivo di discussione. Che Gavillucci fosse arrivato nelle ultime posizioni per tre anni lo sapevano anche i muri (e bastava prendere atto delle designazioni per capire che non si trattava di un arbitro posizionato nelle parti nobili della graduatoria), quel che doveva essere giudicato era il metodo di valutazione e la scarsa trasparenza dei giudizi arbitrali.
Il dramma vero non è tanto che questo concetto non sia stato compreso dall’utente medio ma rendersi conto (e parlando direttamente con alcuni di loro) che anche molti dirigenti locali dell’associazione cassassero la questione con frasi come “è arrivato ultimo, non c’è niente da discutere”.
Difesa delle proprie prerogative di organi tecnici periferici?
Proprio no, in molte circostanze ho avuto la netta sensazione che tali associati non abbiano minimamente compreso che la questione era fondata sul diritto del singolo e non sulla sostanza delle graduatorie, è risultato impossibile far comprendere che l’oggetto del contendere non fosse la posizione in classifica ma il “come” tale posizione si fosse formata.

La vicenda è conclusa.
L’abbiamo seguita con una certa passione, soprattutto da parte di chi ha compreso quale fosse il reale oggetto del contendere. Purtroppo tutto l’iter è stato spesso banalizzato dai mass media, per nulla interessati alla questione principale ma più attenti a cavalcare la polemica contro gli arbitri e contro un’organizzazione che, nell’immaginario della comunità meno intelligente, viene vista come artefice dei successi dell’una società e dei fallimenti dell’altra società.
Sono tutte scemenze che abbiano dovuto sopportare con infinita pazienza e che continueranno ad ammorbare la discussione: è capitato negli anni in cui l’Inter dominava aiutata dagli arbitri, capita nell’era del dominio Juventus aiutata dagli arbitri, a stagioni alterne si discute dell’associazione che aiuta una qualche società ad entrare in Champions’ per questioni di bilancio.
Lo ribadisco per l’ennesima volta: sono tutte cretinate.
L’AIA è e rimane un’associazione a cui è legata la mia intera vita. Mi ha regalato gioie infinite e delusioni cocenti, ne conosco pregi e difetti, credo di poter avere una visione sufficientemente aperta per individuare quali siano le necessarie modifiche istituzionali.
La critica all’interno dovrebbe essere la norma, come per ogni ambiente composto da migliaia di persone che possono e devono avere visioni differenti. Le opinioni in contrasto non devono essere viste come un attacco personale, se si intende ogni critica come un attacco personale il problema è di chi non accetta il dialogo, non di chi muove delle obiezioni alla strutturazione dell’associazione.
Ecco il motivo per cui il comunicato dell’AIA all’indomani della vittoria è parsa a tutti come un’incapacità strutturale di aprirsi alla discussione, con una chiosa finale che ha lasciato sbigottito chiunque, senza eccezioni (o quasi).
Un’associazione come l’AIA ha bisogno prima di tutto di credibilità e la credibilità non si conquista facendo balenare azioni di rivalsa verso “associati e non”.
Uno dei principi fondamentali dell’AIA è che un arbitro si distingue per l’autorevolezza e non per l’autorità.
Qualche associato ha sbagliato, nell’interpretazione dei dirigenti?
Perfetto, si compone il numero di telefono e si discute direttamente per cercare di capire se le proposte alternative possano essere valide oppure solo per posizione anti o pro. Pensare di risolvere una qualsiasi questione basandosi sulla propria posizione di forza appartiene ad una concezione di civiltà superata da decenni, una concezione che si basava su scale gerarchiche imposte per volere divino.
AIA è l’acronimo di Associazione Italiana Arbitri ed un’associazione è semplicemente un gruppo di persone che mettono a disposizione le proprie capacità per un fine comune. Il fine comune dell’associazione è il bene degli arbitri, in gran parte ragazzi sotto i trent’anni che utilizzano l’istituzione per migliorare le proprie qualità tecniche e per formare quel gruppo di persone che dovranno dirigere le partite dei campionati di calcio, non solo di Serie A ma di centinaia di manifestazioni che si svolgono in tutta Italia.
Non è mai troppo tardi per parlarsi, il muro contro muro non serve a nulla.
Non è certo un caso che da anni ho abbandonato questa impostazione: ci ho messo un po’ a capirlo ma, alla fine, mi sono convinto che discutere sia la strada più giusta.
Certo, dall’altra parte ho sempre trovato un muro ma non posso imporre una visione più costruttiva se la controparte non apre nemmeno un piccolo canale di comunicazione.

Oggi, leggendo le pagine della Gazzetta dello Sport, sono rimasto favorevolmente colpito da alcune innovazioni allo studio dell’AIA. Si tratta di innovazioni di cui si discute da tempo non tanto nelle stanze dei bottoni ma nella base. Scrissi circa un mese fa, per esempio,

che rappresenta un grande dispiacere vedere risorse come Tagliavento lasciare l’associazione per mancanza di prospettive valide, sia tecniche che economiche.
Oggi è trapelato che l’AIA starebbe studiando la possibilità di istituire un primo abbozzo di categoria VAR, convincendo arbitri di grande valore ma giunti al passo d’addio al campo di potersi mettere a disposizione del calcio davanti al monitor, contando sull’esperienza accumulata in centinaia di gare di Serie A per aiutare i giovani a migliorarsi, correggendoli con l’aiuto della tecnologia affidata a chi conosce perfettamente il campo, le dinamiche di gioco, il significato di errore emendabile.
Un’innovazione del genere consentirebbe di raggiungere due obiettivi di fondamentale importanza:
– garantire agli arbitri a fine carriera di continuare ad avere un minimo di certezza sul proprio futuro (perché arbitrare a quei livelli è un ostacolo insormontabile per quanto concerne una qualsiasi professione);
– mantenere alta la qualità di chi deve decidere su questioni tecniche, lasciando ai giovani la libertà di crescere in campo, senza doversi preoccupare di correggere un proprio collega.

Discorso differente sulla comunicazione.
Dopo un primo momento di esaltazione per l’iniziativa della UEFA (e che l’AIA ha in animo di copiare), è emerso un problema di non poco conto: la difficoltà di spiegare al grande pubblico il motivo di un errore, preferendo soprassedere. E’ il caso di Barcellona-Lione, partita sbloccata da un rigore inesistente su Suarez e non corretto dal VAR: ci si aspettava un’ammissione che, purtroppo, non è arrivata. E questo era un rischio piuttosto prevedibile: è facile sostenere una decisione spiegabile, più complesso ammettere un errore palese. Soprattutto se quell’errore ha sbloccato un risultato, seppur tra due squadre di livello molto differente.
Aprire un canale di comunicazione sugli episodi rischia di essere un boomerang clamoroso per l’AIA se si dovesse arroccare nella spiegazione positiva di qualsiasi episodio discusso, mai ammettendo un errore. Soprattutto perché tale metodo dovrebbe essere incentrato sull’individuazione dei motivi per cui si è arrivati ad una certa decisione, giusta o sbagliata che sia.
Oggettivamente difficile pensare che si possa arrivare ad una comunicazione efficace da parte di un’associazione che, da decenni, è chiusa a riccio su se stessa e che difficilmente commenta un errore.
Peraltro si dovrebbe cominciare con lo strutturare un sistema comunicativo incentrato su un paio di persone capaci di interpretare i social ed il web, persone che al momento non esistono.

Un’ultima nota sul caso Gavillucci.
Come sappiamo il Tribunale Federale, con la decisione del 28 febbraio scorso, ha imposto all’AIA di trasmettere al ricorrente tutta la documentazione relativa alla stagione 2017/2018 entro dieci giorni dalla pubblicazione del dispositivo. Ebbene, quel termine è scaduto il 10 marzo (domenica) e, pertanto, è di diritto stato posposto all’11 marzo. Ciò significa che Gavillucci ed i suoi legali sono in possesso di quella documentazione (non credo che l’AIA abbia disatteso un’imposizione del Tribunale Federale) e non è da escludere che, presa visione dei documenti, possa esserci una coda nel merito sulla base di valutazioni non del tutto comprensibili.
E’ una vicenda che mi incuriosisce e sulla quale manterrò l’attenzione perché è una fattispecie piuttosto curiosa: la questione sportiva è stata chiusa ma la difesa non ha potuto utilizzare la documentazione ottenuta poiché ciò è avvenuto in un momento successivo alla chiusura dei termini per la costituzione nel giudizio instaurato davanti al Collegio di Garanzia.
Si tratta di elementi nuovi non conosciuti che, in quanto tali, potrebbero riaprire la questione di fronte alla Giustizia Sportiva?

Non è da escludere.

15 commenti
  1. Astro
    Astro dice:

    Ciao Luca, poco tempo fa avevo letto un tuo articolo dove parlavi di “Comunicazione medioevale” da parte dell’AIA. Collegando ciò al caso Gavilucci, mi potresti spiegare perchè questa Associazione sembrerebbe ( a parte il VAR ) quasi ripudiare ogni sorta di innovazione, rimanendo legata al passsato? Perchè una cosa semplice come una semplice graduatoria deve essere un oggetto Top Secret ? Perchè non esiste trasparenza ?

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      • Astro
        Astro dice:

        Detto ciò, questa associazione dovrebbe attenersi ai principi della costituzione del paese di cui è parte. L’ AIA in ogni sua forma è tutto meno che democratica. I numeri dei giovani arbitri sono drasticamente in calo, e come dimostra la storia, persone di importante caratura come Tagliavento, appena fiutano un’occasione abbandonano l’associazione. Possibile che ai “Massimi Vertici” tutto questo passi inosservato ? Luca, sei un ex associato, e meglio di me sai le gioie e le emozioni che il cammino arbitrale può riservare. Ma avendo questi comportamenti invece di creare una famiglia, come molto spesso predicano, stanno creando individualisti legati alla carriera, senza interesse e sentimento verso i veri valori dell’associazione.

        Vorrei sapere il tuo pensiero.

        Rispondi
  2. Massimo
    Massimo dice:

    Buongiorno. Una postilla riguardo ai “presunti” favori ad alcune squadre, o sudditanza. Si dimentica la sentenza riguardante Moggi e corollari.

    Rispondi
  3. maurizio
    maurizio dice:

    Ciao a tutti.
    Gli arbitri, loro malgrado e senza alcun senso, sono da sempre al centro di polemiche complottistiche atte a dimostrare che se ‘favorisci’ o comunque ‘non scontenti’ le squadre più forti, hai più probabilità di fare carriera.
    L’aver introdotto un sistema di valutazione che non permette agli arbitri stessi di poter conoscere i criteri di valutazione e (se non ho capito male…) la valutazione stessa,non fa altro che alimentare queste inutili ed errate teorie.

    Purtroppo, per far saltare il banco, non basta una causa intentata da un arbitro ultimo in classifica dopo che è stato dismesso. Ci vorrebbe una presa di coscienza molto difficile, coraggiosa e complicata da parte di tutti gli arbitri o almeno di quelli più A e B. Magari ci vorrebbe anche l’appoggio delle Leghe A e B che, invece che pensare all’orticello, potrebbero cogliere l’occasione di dare un segnale di chiarezza.
    Una valutazione chiara, trasparente, basata su criteri trasparenti e conosciuti darebbe un colpo mortale ad una parte delle teorie di complotto.

    Leggendo quello che hai scritto nei vari post su questo argomento, non sono sicuro che i tuoi ex-colleghi abbiano capito il senso del ricorso di Gavillucci.

    Rispondi
  4. Nicola
    Nicola dice:

    Grazie Luca per la lucida analisi e per averci sempre aggiornato su questa vicenda. Indipendentemente da come finirà questa vicenda in sede civile (se continuerà), il fatto che un arbitro, di qualsiasi sport, abbia il diritto di sapere quali siano le valutazioni delle sue prestazioni non è solo giustizia, è responsabilizzare anche chi valuta e credo sia proprio questo il problema. Non faccio sapere niente a nessuno, chi valuta non è responsabilizzato, chi fa le classifiche non risponde a nessuno. Tutto tipicamente italiano. Ti volevo chiedere però una cosa. A livello UEFA e di altri Campionati, è come da noi o il sistema è più trasparente?
    Grazie mille

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  5. Vincenzo
    Vincenzo dice:

    Luca non vorrei andare off topic ma visto che si parla di AiA ho deciso di farti questa domanda. Ho letto in giro che potrebbe non essere più Rizzoli il designatore della serie A. Ci puoi dire qualcosa in più su questa vicenda che a me sembra strana visto che mi sembra stia lavorando bene Nicola.

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  6. Francesco~
    Francesco~ dice:

    Ciao Luca. Purtroppo la tristezza è tanta per come si è chiusa questa vicenda. Pensavo che, se Gavillucci dovesse scegliere la strada del TAR, andrebbe contro il regolamento FIGC e potrebbe essere anche sospeso (o sbaglio)? Son capitato per caso al CONI il giorno dell’udienza ed era nell’aria questa decisione… comunque sulla vicenda dell’accesso agli atti avevo sentito di un ricorso AIA in Corte d’Appello Federale, ma forse mi sbaglio… sperando che prima o poi le cose cambino e confidando anche nella giustizia ordinaria (che spero verrà adita da Gavillucci), ti porgo un caro saluto. Ottima analisi e grande lungimiranza da parte tua (come sempre)

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    • Luca Marelli
      Luca Marelli dice:

      Il ricorso sull’accesso agli atti è probabile, non ho certezze in merito.
      In ogni caso c’era un termine per la trasmissione degli atti e, in pendenza di giudizio sul ricorso, l’AIA deve aver ottemperato: non credo che possa ignorare una decisione del Tribunale Federale.
      Se una coda civile ci sarà, la seguirò.
      Grazie per i complimenti, li apprezzo sempre e comunque.

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