Diamo i voti al 2017: dal VAR al Campionato passando per Rizzoli, arbitri ed assistenti

Il 2017 verrà ricordato come l’anno in cui ha esordito nel Campionato di Serie A il VAR ma anche per l’ennesimo scudetto della Juventus, l’addio al campo di Nicola Rizzoli e tanto, tanto altro.

VAR, voto 8

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Vi starete chiedendo: perché parlare di VAR e mostrare un container?
Ebbene, questo container (per l’esattezza quello più a sinistra) è la postazione VAR a San Siro. Sì, è all’esterno, è un luogo nel quale possono entrare solo gli arbitri ed i tecnici, quelli destinati ad aiutare nella scelta delle immagini da riversare in campo oppure da utilizzare per il “silent check“. Ho avuto l’opportunità di entrare in quella postazione (ma non ditelo in giro…), per un attimo respirando di nuovo quel magico mondo arbitrale che, ogni giorno, mi manca come l’aria.

Il VAR è e rimarrà la più grande rivoluzione del calcio di sempre, al pari dell’introduzione delle sostituzioni (già, agli albori del calcio non erano consentite) o del divieto per il portiere di giocare il pallone con le mani su un retropassaggio.
Nel mezzo abbiamo assistito a fallimenti clamorosi come il doppio arbitro (un’assurdità concettuale) od i rigori in movimento, innovazioni senza alcuna logica.

Il VAR, al contrario, è una svolta epocale con la quale abbiamo cominciato a convivere ed alla quale ci abitueremo sempre più. Oggi esistono ancora resistenze all’introduzione dello strumento tecnologico, alcune sensate altre totalmente senza una logica precisa se non quella del “contro a prescindere”. Per tacere delle idiote tesi complottare, ovviamente…

Il VAR è una macchina perfetta: vede tutto, riprende il gioco da decine di angolazioni differenti, fornisce tutte le immagini necessarie per poter giudicare.
Allora perché abbiamo assistito ad errori (talvolta grossolani)?
La risposta è più semplice di quel che si pensi: il VAR è una macchina. Una macchina nasce perfettamente funzionante, può avere qualche problema tecnico, può anche bloccarsi per motivi imprevedibili. Ma è e rimane una macchina: può essere perfetta quanto vogliamo ma avrà sempre bisogno di un uomo (o due, nel nostro caso) che la utilizzi al meglio, che interpreti quel che ripropone, che sia in grado di renderla complementare al gioco.
L’uomo, per definizione, è fallibile: al di là di talune persone che si sentono una spanna sopra alla dimensione divina (e che hanno tutta la mia compassione umana), non esiste una persona perfetta. Così come non esiste una persona perfetta, non esiste un arbitro perfetto. Così come non esiste un arbitro perfetto, non esiste un VAR perfetto.

In questo girone di andata del Campionato, abbiamo potuto notare qualche errore, qualche interruzione del gioco prolungata, qualche polemica creata dal nuovo strumento tecnologico: tutti eventi dovuti al fatto che il VAR è una tecnologia che risponde (e risponderà sempre) ai comandi di un uomo.

E’ giusto evidenziare le problematiche: un approfondimento sensato aiuta a risolvere le criticità o, perlomeno, a ridurle (per quanto possibile). Una critica a prescindere, per partito preso, non solo deve essere respinta ma catalogata per quel che è: sintomo di stupidità o, peggio ancora, esternazione per scelta immutabile. E torniamo, ancora una volta, alla categoria degli autodefiniti infallibili che, in verità, sono gli stupidi per eccellenza.

Nelle 19 giornate del girone di andata il VAR è intervenuto decine di volte a correggere errori più o meno grossolani. Altre centinaia di volte ha confermato decisioni corrette assunte in campo con i cosiddetti “silent check” che altro non sono che controlli di secondo livello su quanto accaduto poco prima.

Qualche errore c’è stato e sarebbe sciocco negarlo: così come è patetico essere sempre contro a tutto per partito preso, allo stesso modo è stupido recitare il “va tutto bene, madama la marchesa”.

I punti di positività sono tanti, spesso sottaciuti perché non utili a quelli che “fa tutto schifo, mi salvo solo io“:

  • sono quasi del tutto sparite dal terreno di gioco le condotte violente, cioè gli atti di violenza ai danni di un avversario (pugni, calci, gomitate a gioco fermo), tanto che se ne sono registrate solo 3. E quelle 3 sono state punite con utilizzo del VAR, evitando che gli autori di gesti tanto antisportivi potessero continuare a giocare;
  • sono diminuite drasticamente le proteste, soprattutto gli odiosi capannelli attorno agli arbitri in occasione di reti dubbie assegnate o rigori (netti o meno non faceva differenza). In questo girone di andata, non a caso, sono diminuite le sanzioni disciplinari per proteste;
  • strettamente correlato alla voce precedente il dato sul tempo effettivo di gioco, aumentato di oltre un minuto. Poco? Tanto, tantissimo, soprattutto per chi pensava che il VAR avrebbe portato ad una diminuzione del tempo giocato. Meno proteste, meno perdite di tempo, meno tensioni, più calcio;
  • i giocatori, nella quasi totalità dei casi, accettano serenamente le decisioni assunte dagli arbitri perché sono perfettamente consapevoli che, davanti ai monitor, non ci sono giornalisti improvvisati od opinionisti pescati gratuitamente dalla strada ma altri professionisti che conoscono il gioco perlomeno quanto loro.

Ma ci sono anche punti di negatività, quei punti che mi impediscono (almeno per il momento) di promuovere con un 10 pieno l’innovazione:

  • il protocollo deve essere modificato. Oltre ad essere scritto coi piedi (passatemi la dizione) e in un’inglese da brividi, il concetto fondamentale di “chiaro errore” è poco comprensibile, poco spiegabile, troppo vincolante. Ci tornerò in altro approfondimento;
  • lo strumento è stato spiegato male, malissimo. In questo caso la colpa è dei vertici arbitrali che avrebbero dovuto diffondere in modo più capillare i principi del protocollo, testo completamente sconosciuto alla maggioranza degli addetti ai lavori, gran parte dei quali confondono il VAR con la moviola. La scelta di limitare al minimo le spiegazioni ha una sua logica ma non mi trova per nulla d’accordo: bene incontrare le società ma dobbiamo ricordarci che in campo scendono 22 calciatori mentre, davanti alla televisioni, ci sono milioni di telespettatori che, spesso, non comprendono nemmeno quel che sta accadendo;
  • la mancanza di una tecnologia delle immagini tridimensionale limita (e non poco) la precisione per quanto concerne la rilevazione del fuorigioco, ad oggi la pecca maggiore riscontrata nello strumento. Come detto il VAR è una macchina e, come tale, può avere dei difetti. La mancanza di tridimensionalità è un problema non da poco, due università ci stanno già lavorando ma non sarà facile trovare una soluzione infallibile.

Naturalmente sono tanti altri i concetti da approfondire sullo strumento. Ci tornerò, nei prossimi giorni.

Nicola Rizzoli, voto 9

Se volessi comportarmi come i soggetti che ho sopra individuato (i signori del “non sbaglio mai, sono un metro sopra alla dimensione divina“) dovrei criticare a prescindere la scelta di Rizzoli come designatore. La dovrei criticare perché il presidente dell’AIA, anni fa, disse che non sarebbero mai esistiti dirigenti catapultati nella categorie maggiori il giorno dopo aver abbandonato il campo.
In realtà Nicchi si è contraddetto decine di volte, mettendo in atto quasi sempre il contrario di quanto annunciato (lotta alla violenza ferma ai proclami, arbitri liberi di parlare sempre annunciato nei programmi elettorali e mai concretizzato, arbitri usciti dal campo ed immediatamente promossi alle categorie nazionali, meritocrazia continuamente lodata ma mai messa in pratica, come evidenziato dalla sentenza Greco che, a luglio, provocherà una valanga di ricorsi; potrei andar avanti ore ma servirebbe solo ad annoiare con argomenti che, purtroppo, interessano pochissimo perché non fanno audience…).
Anche con Rizzoli si è contraddetto: prima gli ha concesso una deroga per arbitrare, poi lo ha convinto (due giorni dopo l’uscita dei quadri di fine stagione) a lasciare il campo per occuparsi del ruolo di designatore.

Dovrei criticare questa scelta, se facessi parte della categoria “la penso così e non cambio idea”.
In realtà non credo minimamente che sia errata la scelta di Rizzoli designatore: al contrario è stata sbagliata (come quasi sempre accade) la dichiarazione di Nicchi in merito.

Rizzoli, per chi non lo conoscesse, è persona come tutti noi: ha i suoi difetti, a volte prende troppo sul personale alcuni commenti (magari sui social, chissà…), non brilla per altruismo (ma è veramente complesso che un arbitro, con contratto di un anno, possa essere solidale con un collega).
Però Nicola è la persona più indicata per il ruolo di designatore della Serie A: è persona di grande cultura (e sì, la cultura aiuta eccome, checché ne dicano i perbenisti in servizio perenne), è dotato di un’intelligenza al di sopra della media, ha un’esperienza straordinaria, conosce il gioco come pochi altri arbitri, ama profondamente l’attività.

Sono il primo ad affermare che sia ancora presto per giudicare la sua opera come designatore ma questi primi mesi già consentono di notare alcuni spunti di grande positività: rotazione degli arbitri anche nelle gare più importanti, attenzione alla crescita graduale dei giovani, recupero di elementi finiti nel dimenticatoio tecnico, presenza costante sui campi, assenza di barriere a quei ragazzi che, da intere stagioni, erano stati relegati a ruoli da comprimari, senza mai un’occasione di rilancio, fiducia in tutte le persone (attenzione: persone prima che arbitri!) a disposizione.

In questi primi sei mesi di attività (ricordo che è diventato designatore nei primi giorni di luglio, non a settembre) abbiamo potuto apprezzare un cambiamento di rotta evidente rispetto agli ultimi (disastrosi) sette anni, durante i quali arbitravano sempre gli stessi e sempre le stesse gare: abbiamo potuto vedere Giacomelli scelto per il derby di Torino, Valeri recuperato per i grandi match dopo stagioni di anonimato, il tentativo di far acquisire consapevolezza a Guida, il rilancio di Massa. Tornerò nei prossimi giorni sui singoli arbitri: non aspettatevi pagelle, non mi sogno nemmeno di approfondire il tema sui singoli pubblicando giudizi basati su un numerino freddo, inutile, buono per giocare al lotto.

Rizzoli in campo era un fuoriclasse. Qualcuno lo apprezzava maggiormente, qualcun altro meno ma i risultati ottenuti sono stati la conseguenza di una carriera meravigliosa e frutto di impegno costante, serietà, attenzione ai particolari, cura maniacale del fisico (e fuori dalle palestre: un arbitro non deve essere un culturista ma un atleta). E fidatevi, ho visto con i miei occhi quel che sto affermando.
Non so se, come dirigente, potrà essere un fuoriclasse come in campo: troppo limitato, per ora, il tempo trascorso nel nuovo ruolo. I presupposti per una luminosa carriera dirigenziale ci sono tutti, non ha minimamente deluso le aspettative e, per quanto mi riguarda, le ha già abbondantemente superate.
Spero, a fine stagione, di poter aumentare il voto.

Arbitri, voto 7

Diffidate, diffidate sempre da chi esprime giudizi sugli arbitri sempre negativi, come se il cancro dell’Italia calcistica sia solo la categoria che mi sono onorato di rappresentare per quasi 20 anni.
A chiunque, se si fermasse a riflettere anche solo per un minuto, verrebbe in mente questa frase: “si finisca di pensare che gli arbitri italiani siano i migliori del mondo: i nostri arbitri sono scarsi“.
Ebbene, questa frase la sento ripetere, periodicamente, da 45 anni. Un luogo comune, una stupidata buona per tutte le stagioni, un’affermazione utile a strappare ieri qualche applauso ed oggi qualche like a caso da parte di chi vuol pensare che faccia tutto schifo.

Il movimento italiano attuale non è il migliore di sempre. Abbiamo avuto periodi nei quali la qualità media era molto più elevata di quella che stiamo vivendo ma il livello è sempre alto. Il parziale declino complessivo, oggi, è la conseguenza di una scelta senza senso compiuta nel 2010, quando si decise (copyright: Collina e Nicchi) di dividere l’allora CAN A/B in due distinte commissioni, quella di Serie A e quella di Serie B. Una scelta insensata, assurda, illogica: si decise, a tavolino, di abbandonare un modello che aveva sempre fornito risultati eccezionali e che aveva mantenuto la categoria arbitrale italiana a livelli di assoluta eccellenza.

Da quel momento i giovani arbitri arrivano in Serie A con 5 o 6 gare dirette nella massima categoria in un periodo dai 3 ai 5 anni durante i quali gli viene solo concesso di assaggiare il vertice per poi dirigere sempre in Serie B. Una volta arrivati in A o si adattano subito o finiscono ad essere relegati sempre a designazioni di terza o quarta fascia, senza mai essere veramente utili. E così si è finito per avere (come accaduto negli ultimi 8 anni) un gruppetto di 5/6 arbitri che dirige tutti i big match mentre gli altri sono stati limitati ad un ruolo di comprimari o di tappabuchi. Non è certo un caso che, da anni, evidenzi questa criticità ed i nodi stanno venendo al pettine: a giugno 2017 avevamo quattro elementi in categoria Elite (Rizzoli, Tagliavento, Rocchi, Orsato), oggi 1 gennaio 2018 ne sono rimasti 2 (Rocchi ed Orsato), a fine anno ne rimarrà uno solo (Orsato) dato che Rocchi uscirà (a meno di possibili deroghe) per limiti di età. Conseguenza ovvia: se non si cresce in Italia, è difficile ottenere qualcosa oltre frontiera, tutti gli Elite sono diventati arbitri di livello prima in patria e solo successivamente in ambito internazionale. Per il Mondiale 2022, al momento, non c’è alcuna possibilità di avere un arbitro italiano: lo specchio del fallimento totale della scelta di Collina e Nicchi nel 2010.

Il voto assegnato rispecchia una qualità media di valore, la categoria non è scadente come qualcuno vuol descrivere (e torniamo di nuovo al concetto sopra espresso: taluni giudizi non si basano sull’approfondimento della realtà bensì su sciocchi preconcetti) ma è certamente lontana dagli standard di 10/15 anni fa.

Sia chiaro: non è solo una questione di divisione tra CAN A e CAN B. Questa assurdità ha accelerato il processo di abbassamento del livello, iniziato già prima con scelte senza senso come quella di abbassare il limite di età per l’accesso alle categorie nazionali, politica introdotta da Nicchi (di nuovo…) all’inizio del primo mandato, di fatto tagliando fuori un’intera generazione di arbitri. Quella generazione di arbitri che, oggi, stanno guardando la televisione e che, invece, avrebbero potuto (dovuto!) essere in campo. Scelta vieppiù fallimentare se pensiamo che, a furia di voler ringiovanire, sono stati promossi internazionali arbitri inesperti (se non scadenti) oppure ci si è trovati costretti a proporre per il ruolo Doveri, anni 40. Se si promuove un arbitro (valida, per carità) di 40 anni a fronte di una politica studiata per promuovere elementi sempre più giovani… beh, un paio di domandine me le farei. Senza nascondermi, quelle domande me le son poste anni fa, qualcuno non ha ancora cominciato.

In linea generale il materiale umano c’è ma, per troppi anni, non è stato curato. In particolare Braschi e Messina non hanno costruito nulla dietro alle certezze di esperienza già presenti al momento del loro insediamento e sarà compito di Rizzoli trovare gli eredi dei vari Orsato e Rocchi. Eredi che, al momento, non si vedono nemmeno all’orizzonte, ad eccezione di Massa che sta mostrando miglioramenti evidenti grazie alla ritrovata fiducia prima del suo designatore e poi in sé stesso (conseguenza del primo), finalmente concretizzando il grande talento che madre natura gli ha donato ma, da troppo tempo, sotterrato da scarso coraggio dei responsabili, insicurezze conseguenziali ed errori di gestione.

Sinceramente non vedo un futuro prossimo particolarmente esaltante: la volontà di ringiovanire non ha prodotto nuove leve ma macerie tecniche.

Assistenti, voto 9

In assoluto la categoria migliore. Il VAR li ha leggermente deresponsabilizzati ma la qualità media è sempre eccezionale. Se per gli arbitri, al di fuori di Rocchi ed Orsato, nessun altro poteva aspirare al Mondiale 2018, per gli assistenti la lotta per assicurarsi quei due posti sull’aereo per Mosca è stata tremenda. Alla fine la spunteranno Tonolini e Di Liberatore, due assoluti fuoriclasse (sebbene il primo incappato in un stagione non eccezionale) che hanno dovuto superare una concorrenza amplissima. Oltre a ciò stanno emergendo altri elementi di assoluta affidabilità, capacità e talento, come Meli, Carbone, Gori, Valeriani. Da questo punto di vista non ci sono allarmi in vista, il ricambio è assicurato da una scuola irraggiungibile non solo in ambito europeo ma mondiale. Il problema è che, con la logica delle terne fisse in campo internazionale, per i Mondiali 2022 non si intravvede possibilità di partecipazione, a meno che non compia un mezzo miracolo Massa.

Campionato di Serie A, voto 4,5

Passi per la lotta al vertice e per la corsa alla Champions’ League.
Questo ambito limitato non può, però, salvare un campionato che anche quest’anno sta mostrando limiti di qualità imbarazzanti, oltre ad un potenziale economico/finanziario deprimente.

Un campionato di Serie A a 20 squadre è ormai anacronistico, a maggior ragione con una divisione verticale delle risorse che lascia alle ultime gli spiccioli necessari per pagare gli stipendi e poco più.
Il Benevento è la conseguenza di una povertà economica tale da non consentire di pensare ad una progettualità di lungo termine. La scelta dei dirigenti campani è intelligente: limitare le spese sul mercato, accontentarsi di partecipare al campionato con la quasi assoluta certezza (salvo miracoli come quello del Crotone la scorsa stagione) di tornare in Serie B l’anno successivo ma evitando di vincolarsi a contratti insostenibili nella serie cadetta. A che servirebbe riempire la voce “spese” con contratti pesanti ma con poche possibilità di acquisire calciatori di valore? Meglio, allora, conservare la filosofia con cui si è arrivati in Serie A, limitare le spese, conservare un bilancio in ordine per affrontare senza patemi un eventuale campionato di serie B con entrate infinitamente minori rispetto alla massima serie.

E non è nemmeno un caso che, per battere la corazzata Juventus, il Napoli non abbia speso praticamente un centesimo sul mercato: rosa corta, affidamento sul gioco corale, conferma in blocco dei titolari, bilancio in ordine. Puntare su acquisti pesanti non avrebbe cambiato un granché: la Juventus ha una potenza economica pazzesca rispetto alle altre, frutto di una gestione oculata, di dinamiche aziendali di ampio respiro anche internazionale, di risultati in Italia ed in Europa, introiti in continuo aumento. Non è certo un caso che la Juventus sia l’unica società in grado di assicurare ingaggi al livello della seconda nobiltà europea (ancora lontanissima da quanto possano spendere le superpotenze inglesi o spagnole), eccezion fatta per la misteriosa proprietà del Milan (ed i cui risultati lasciano non poco a desiderare): combattere la squadra bianconera sul mercato significherebbe suicidarsi, magari vincendo qualcosa (forse) ma condannandosi alle stagioni successive di sofferenza per coprire perdite che diverrebbero insostenibili.

La soluzione non ce l’ho (altrimenti non starei scrivendo un’opinione su questo blog…) ma certamente bisogna tornare ad un campionato più equilibrato, riducendo le squadre (sia in A che in B), riequilibrando la divisione dei diritti televisivi (come in Inghilterra che, non a caso, si sta attrezzando per dominare l’Europa) e programmando meglio sui vivai (investendo risorse in modo intelligente, senza importare giocatori mediocri o strapagati scarti dei top team). Chissà, magari un ripensamento della struttura complessiva potrebbe, in futuro, evitare anche la deprimente eliminazione dell’Italia dal Mondiale che arriva non certo per una casualità ma come conseguenza di un campionato che offre sempre meno a livello tecnico…

8 commenti
  1. Luca
    Luca dice:

    Provo a esporre qui un dubbio che ho esposto altrove e che non mi è stato pubblicato, forse per un malinteso tono polemico da parte mia. Se la premessa è che la VAR non è una moviola ma uno strumento per correggere (in tempo quasi reale) errori gravi dell’arbitro, allora, visto che stiamo viaggiando a una media di un centinaio di ricorsi alla VAR a campionato, direi che non è legittimo parlare di arbitri e assistenti bravissimi. Un centinaio di errori gravi a stagione mi sembrano un’enormità. Quindi o gli arbitri sono scarsi, o non sono errori gravi e i peana intonati per celebrare la VAR (rivoluzione più grande di sempre? Sarà! Io credo che si debba essere davvero “arbitrocentrici” per lanciarsi in certe profezie) sono eccessivi. Del resto, insisto: come si può dare un otto a una sperimentazione che parte senza aver definito il protocollo? Il protocollo è tutto! La tecnologia era già disponibile ed è banalissima, se non sappiamo cos’è un “chiaro errore”, cosa resta della VAR? Non a caso, fatto salvo il dato sul tempo giocato, oggettivamente positivo anche se da confermare, tutti i meriti attribuiti alla VAR si riducono a un generico “ci sono meno capannelli, il clima è migliorato”. Tutto molto bello, ma sono dati non misurabili ed è difficile stabilire chiari nessi di causa-effetto.

    Disclaimer: le mie perplessità non mi fanno contrario alla VAR per partito preso. Ma non mi convince per nulla la retorica che la circonda, né per ora qualcosa mi convince che abbiamo fatto un salto di paradigma. Il tasso di errore mi è sempre sembrato fisiologico e accettabilissimo, forse per questo ho la netta sensazione che la VAR non possa cambiare la situazione molto in meglio.

    • LUCA MARELLI
      LUCA MARELLI dice:

      10 gare a giornata, 38 giornate complessive, 380 gare, 34200 minuti, più o meno 25000 decisioni assunte in campo. Un centinaio di errori gravi ti paiono tanti?

      • Luca
        Luca dice:

        Certo che mi paiono tanti. Se sono gravi. La mia tesi è che non lo siano. Ovvio, per intenderci dovremmo prima condividere la nozione di errore grave (e qui torniamo alla questione cruciale del protocollo, su cui mi aspettavo una qualche risposta). Ma se il calcio è sopravvissuto serenamente per più di un secolo a centinaia di errori gravi a campionato forse significa, molto semplicemente, che non erano così gravi. E’ esattamente questo che rifiuto della retorica della VAR, l’implicita asserzione che prima fosse un medioevo in cui i risultati erano in balia della sorte (nel migliore dei casi) e strutturalmente carenti di legittimità. Il che è una solenne sciocchezza.

        E’ una questione di logica: se cento errori gravi possono essere assorbiti senza troppi traumi da una competizione sportiva, significa che eliminarli grazie alla VAR porta un beneficio relativo, non una rivoluzione epocale. Sostenere il contrario significa considerare “falsata” (insopportabile aggettivo) la storia del calcio fino ad oggi, e l’operato degli arbitri inadeguato a garantire la sportività della competizione. Quando sento dire che c’è “più giustizia” in campo, mi viene il latte alle ginocchia.

        A ciò si aggiunge che l’arbitrarietà delle decisioni non viene meno. Quindi, come lei stesso è costretto ad ammettere, non vengono meno gli errori, che sono insiti strutturalmente in qualsiasi decisione: ricorrere alla VAR, non ricorrervi, interpretare un replay in un senso o nell’altro, eccetera. Da dove venga l’illusione che i dubbi su episodi come quello di Allison-Higuain, o Mbaye-Eder, o Cragno-Dzeko possano un giorno svanire perché la VAR “ha bisogno di tempo” (sic) davvero non saprei. Mi pare che l’AIA abbia calcolato, non so con quale criterio, 7 errori su 45 ricorsi al VAR: a me sembra moltissimo per parlare di grande successo. Vedo numeri dati a caso: 30% di errori in meno, dice Rizzoli. Ma di che stiamo parlando? Mi pare propaganda. E che si vada verso il record di rigori fischiati io lo vedo come un effetto negativo, non positivo della riforma. Meno rigori si danno, meglio è.

        • LUCA MARELLI
          LUCA MARELLI dice:

          38 decisioni “match changing” corrette, 7 errori. Se ti paiono poche 38 correzioni, non so che farci, tua convinzione che rispetto ma sulla quale non sono per nulla d’accordo.
          Sulla dizione “meno rigori si danno, meglio è” non so da dove l’hai pescata ma non è stato, non è e non sarà mai un concetto utilizzato.

          • Luca
            Luca dice:

            Vabbe’, si vede che non riesco a farmi capire. Il punto è che non esiste alcun parametro oggettivo per definire una decisione corretta o sbagliata. Quindi il conteggio di 38 “correzioni corrette” è del tutto soggettivo e opinabile. Sarei soddisfatto se si volesse almeno ammettere questo punto.

            Per quel che mi riguarda la stragrande maggioranza delle decisioni “corrette” appartenevano a quella zona grigia di cui lei parla, e in cui quel che conta è che ci sia un arbitro a decidere, in che senso è abbastanza irrilevante. Capisco che un arbitro faccia fatica ad accettare questo punto di vista, ma dal mio punto di vista la rivoluzione epocale del calcio dovrebbe essere l’abolizione dell’arbitro e la completa responsabilizzazione dei giocatori! Utopia, certo, ma visto che qui si usano paroloni per una moviola applicata a caso (questo è la VAR, oggi)…
            Lei dice: cento errori gravi su 25.000 decisioni sono pochissimi. Ammettiamo per un attimo che sia così. Sulla base di cosa abbiamo la pretesa che quello 0,4% di episodi su cui ci concentriamo con la VAR sia più importante o decisivo degli altri 24.900?

            Rigori: mi fa sorridere la sicumera con cui profetizza che il mio non sarà mai un concetto utilizzato. Sarà senz’altro così, ma la mia idea è che il rigore è un male necessario: si presume che un fallo in area sia particolarmente grave, ma non è quasi mai così (e giustamente si è introdotta l’espulsione per fallo su chiara occasione da gol, dove invece la pericolosità dell’azione interrotta è più chiara), quindi nel dubbio tenderei a fischiare il meno possibile. Concordo con lei, il rigore è una cosa seria, proprio per questo resto perplesso se la VAR contribuisce a far fischiare contatti che a occhio nudo non erano stati nemmeno percepiti (perplessità che diventa sorpresa se nel frattempo la VAR non interviene su contatti molto più evidenti).

          • LUCA MARELLI
            LUCA MARELLI dice:

            Come detto, non voglio convincere nessuno, inutile continuare il botta e risposta ribadendo i medesimi concetti. Mi auguro che cambierai idea. Buona serata.

  2. Giovanni
    Giovanni dice:

    Ciao Luca, buon anno a te e agli utenti del blog! Ottima analisi. Mi permetto soprattutto di condividere due cose. Gli assistenti sono davvero bravissimi; nel calcio moderno fatto di velocità e incroci difensore attaccante e’ davvero difficilissimo valutare il fuorigioco. O almeno cosi’ sembra ai profani. L’altra in merito alla mancanza di informazione sulla VAR e il protocollo. Purtroppo c’e’ tanta disinformazione anche fra la cosiddetta stampa qualificata, come si puo’ vedere da questo video https://youtu.be/t4kM1uj1swU (trasmissione SKY). Il VAR e’ un bene del calcio, soprattutto del nostro data la nostra innata tendenza sempre a cercare il complotto ovunque, che come ogni cosa puo’ essere perfezionata, ma che e’ ormai imprescindibile.

    • Fabio
      Fabio dice:

      Ottima analisi, che condivido in pieno.
      Non so se sei d’accordo con me su una questione: meglio non introdurre la VAR al Mondiale di Russia. E’ troppo acerba, e rischierebbe di bruciarsi se 2 miliardi di persone dovessero giudicarla inutile, o, peggio, dannosa, a causa di qualche episodio controverso. Si è già fatta una figuraccia in mondovisione nella recente finale dell’Intercontinentale tra Gremio e Real, figurarsi in un torneo in cui gli arbitri saranno di 36 nazionalità diverse, alcuni non avvezzi alla VAR, altri sì ma abituati a protocolli diversi visto che cambiano di nazione in nazione.
      Meglio che ogni paese faccia le sue esperienze e proponga le sue migliorie da fare convergere, senza fretta e ponderando bene il tutto, in uno standard internazionale.

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