Quel che penso degli arbitri di Serie A. Parte 1 di 2

Dato che son sensibile alle richieste dei pazzi che mi seguono, mi cimento nel complesso giudizio degli arbitri di Serie A. Divido l’approfondimento in due partI perché sarebbe decisamente troppo lungo farvi leggere 22 profili.
Non vi aspettate pagelle o classificazioni in “scarso”/”buono”/”fenomeno”, non ho dimenticato e non dimenticherò mai gli anni trascorsi nell’associazione, ciò che mi impedisce di abbandonare un concetto fondamentale della nostra attività: il rispetto. Di chiunque.

Rosario Abisso, sezione di Palermo – Prima stagione

Rosario Abisso

Inserito all’ultimo momento nella lista dei promossi al termine della scorsa stagione, lo indicai come possibile sorpresa positiva, anteponendolo ai primi due della graduatoria di Serie B (articolo del 1 luglio 2017). Una valutazione non certo espressa sulla base di una simpatia personale ma facendo leva sulle sensazioni raccolte osservandolo in tante prestazioni nella serie cadetta.
L’inizio di stagione non mi ha deluso: buone prestazioni, crescita graduale delle designazioni, qualche passaggio a vuoto (fisiologico, soprattutto per un primo anno, non abituato alle pressioni della massima serie). Il futuro è decisamente roseo sebbene debba lavorare (e parecchio) sul rapporto coi calciatori. E’ un difetto che ho notato in parecchi arbitri transitati nelle ultime stagioni dalla serie B alla serie A, difetto probabilmente dovuto al profilo del compianto Stefano Farina che, in campo, regalava pochissimi sorrisi, basando le sue direzioni sull’autorità. Non è un mistero che non amassi Farina come arbitro, troppo lontano dalle mie idee dell’attività ma, oggettivamente, non si può negare che in campo fosse rispettato perché dotato di tecnica non comune, conoscenza del gioco, capacità di decidere senza essere condizionato da alcun fattore esterno.
Il problema nasce proprio qui: Farina poteva arbitrare in questo modo perché tutti lo conoscevano e tutti sapevano del suo approccio alla gara. Per un giovane è difficile avere lo stesso ascendente di Stefano, mancando quella incredibile personalità che ho riscontrato in pochissimi arbitri incontrati in due decenni di attività.
Di scontato non c’è nulla in questa professione ma ritengo previsione abbastanza facile quella di un ruolo di internazionale a breve, in linea di massima dal 1 gennaio 2020. Sarà fondamentale (e lo ripeterò fino alla noia) che eviti l’errore di circondarsi di lacché sempre pronti a lodarlo, ad esaltarlo come un semidio infallibile: un arbitro cresce ascoltando i consigli di chi lo critica, non cullandosi nelle beatificazioni territoriali. Il rischio è sempre lo stesso, sentirsi arrivati al primo anno, non continuare il percorso di maturazione per poi ritrovarsi nella terra di nessuno tra una designazione da tappabuchi ed una partita di terza fascia da VAR.
Il talento è di prim’ordine, la crescita passa da chi lo apprezza realmente, da chi sarà in grado di dirgli, dopo una gara negativa, “amico, oggi hai fatto schifo“.

Luca Banti, sezione di Livorno – quattordicesima stagione

Luca Banti

Una delle poche certezze tecniche a disposizione di Rizzoli. Negli anni sono cambiati i designatori ma Banti si è sempre mantenuto a livelli di eccellenza. E’ ormai a fine carriera (chiuderà, salvo deroghe, il 30 giugno 2019) ma non si notano cali di rendimento, né dal punto di vista tecnico né (soprattutto) da quello atletico. Unita ad una qualità di base di assoluto valore, Luca si è sempre distinto per un’abnegazione alla preparazione atletica che lo ha mantenuto su altissimi standard di prestazione fisica, ciò che gli consente di non apparire mai in affanno o alla rincorsa delle gare.
Gli è mancata la grande ribalta internazionale: non nego che mi aspettavo (o, forse, semplicemente speravo) che Collina gli concedesse perlomeno l’esordio nella fase a gironi della Champions’ League. Oggettivamente incredibile che questo onore sia stato concesso ad arbitri tecnicamente impresentabili (non faccio nomi ma potrei citarne almeno una dozzina nelle ultime 3 stagioni) e non al livornese. Pensateci: in 14 anni di permanenza in Serie A non è mai stato al centro di particolari polemiche.
Persona di poche parole anche nella vita di tutti i giorni, la qualità più importante mostrata in campo è la capacità di mantenere un eccellente equilibrio tra autorevolezza e dialogo, sebbene non particolarmente incline al sorriso.

Gianpaolo Calvarese, sezione di Teramo – decima stagione

Gianpaolo Calvarese

Promosso alla CAN A nel 2012/2013, è ormai giunto alla sua sesta stagione nella massima serie. Esperienza corposa ma una carriera che non è mai decollata e che ormai sia avvia alla conclusione senza lasciare un segno indelebile. Non ruba l’occhio, non è mai stato in corsa per un posto da internazionale, rappresenta il classico arbitro affidabile per designazione di terza/quarta fascia, raramente utilizzato per incontri cosiddetti “di classifica”, se non ad inizio stagione quando le tensioni e le attese per talune partite sono molto soffuse.
Non posso negare che non piaccia un granché ma indubbiamente gli va riconosciuta la capacità di mantenere sempre i toni agonistici nei limiti. Lascerà per limiti di permanenza nel ruolo il 30 giugno 2020.

Antonio Damato, sezione di Barletta – dodicesima stagione (in deroga)

Antonio Damato

Internazionale fino al 31 dicembre 2016, avrebbe dovuto lasciare la CAN A lo scorso 30 giugno, avendo raggiunto i limiti di permanenza. In realtà, con una delle tante storture della presidenza Nicchi (niente deroghe ma deroghe a pioggia…), è stato confermato anche per questa stagione, al termine della quale abbandonerà l’attività.
Vale per Damato lo stesso discorso per Banti, sebbene la carriera da internazionale gli abbia regalato veramente poco in termini di soddisfazioni personali: buon arbitro, arrivato in A grazie a qualità tecniche straordinarie che, negli anni, non ha saputo valorizzare pienamente. Difficile comprenderne i motivi: da un lato hanno certamente inciso i guai dovuti ad un fisico straordinario ma con un punto debole nei tendini, dall’altro l’aver perso per strada i maestri che, con bastone e carota, gli avevano permesso di compiere il salto di qualità negli anni di CAN C.
Quest’anno, come spesso capita agli arbitri in procinto di abbandonare l’attività, sono poche le gare di cartello assegnategli sebbene non mi senta di escludere una sorta di passerella (meritata, peraltro) in occasione della finale di Coppa Italia. In tutta franchezza glielo auguro, sarebbe il giusto premio ad una carriera non straordinaria ma certamente di qualità.
Lascerà la CAN A il prossimo 30 giugno, facile prevedere un’impiego dirigenziale già dalla prossima stagione: sarebbe davvero un peccato perdere una persona di spiccata intelligenza come Antonio.

Marco Di Bello, sezione di Brindisi – quarto anno

Marco Di Bello

Da un pugliese ad un altro, con una differenza importante: Damato ha mostrato negli anni una qualità media di gran livello, Di Bello deve cominciare a meritarsi la fiducia concessagli da Messina e Rizzoli. Perché Messina e Rizzoli? Di Bello è stato promosso internazionale dal primo gennaio scorso e questa era l’idea anche di Messina, confermata da Rizzoli.
Il problema, al momento, è che Di Bello è stato promosso internazionale non tanto per meriti acquisiti in campo ma per mancanza di alternative credibili (tanto che il secondo posto disponibile è stato assegnato a Doveri, già quarantenne ed in deroga per il passaggio). Finora le sue prestazioni sono state molto altalenanti nonostante si intravvedano eccellenti qualità di base. Rizzoli lo sta centellinando, attendendo segnali di maturazione tecnica e comportamentale che gli consentano di rischiare il giovane brindisino in gare di prima fascia, dalle quali lo ha tenuto (prudentemente) lontano.
Di Bello internazionale è una dizione che stona non poco e la conseguenza di una politica arbitrale di vertice inspiegabile: fino a 10 anni fa un arbitro veniva promosso dopo aver diretto in patria almeno un paio di gare di cartello, Di Bello è stato promosso sulla base di una speranza, nonostante non sia stato nemmeno avvicinato ad incontri di primissima fascia. Alla fine possiamo ben affermare che si tratta di una sorta di scommessa dei vertici AIA dato che non era ipotizzabile alcun altro nome.
Il talento c’è, è atteso al salto di qualità che, oggettivamente, ancora non si intravvede. La sua fortuna è quella di essere “nelle mani” di Rizzoli, la persona più indicata per valorizzare le qualità dei singoli, come dimostrato finora. Vale per Di Bello quel che modestamente sostengo da sempre: circondarsi di buoni maestri, magari anche severi, ed evitare come la peste gli adulatori in servizio perenne. Di tutto ha bisogno tranne che di sedersi su certezze che non ha.

Daniele Doveri, sezione di Roma 1 – nono anno

Daniele Doveri

Una situazione molto particolare quella del romano, molto vicino alla qualifica di internazionale quattro anni fa ma superato sul filo di lana da Guida e Massa.
Doveri meritava di essere promosso al posto di Guida sul quale, ieri come oggi, si nutrono grossi dubbi (non è certo casuale che il campano sia ancora relegato in terza fascia di merito UEFA, praticamente ancora senza presenze in competizioni internazionali maggiori). La scelta lasciò molti dubbi dato che erano già emersi i limiti di Guida ma si preferì investire su un giovanissimo arbitro piuttosto che su un elemento come Doveri che avrebbe avuto prospettive piuttosto limitate.
A quattro anni di distanza è stato promosso internazionale, ormai quarantenne e senza alcuna prospettiva credibile se non bivaccare per cinque anni tra serie A e qualche preliminare di Europa League in sperduti paesi dell’Est Europeo.
Per carità, lo attendono splendidi viaggi ed esperienze da ricordare ma la domanda sorge spontanea: perché si è scelto di promuoverlo internazionale?
La risposta nelle norme di funzionamento (sì, quelle che a luglio provocheranno decine di ricorsi): Doveri avrebbe dovuto abbandonare la CAN A il 30 giugno 2019, avendo raggiunto gli otto anni di permanenza nella massima serie. Per evitare di perdere un elemento affidabile, si è scelto di aggirare il limite consegnandogli (in deroga, tanto per cambiare) il pass dato che le norme di funzionamento permettono una permanenza superiore per gli internazionali.
Doveri, per quanto sia un elemento di buon livello, è la dimostrazione di ciò che affermo da anni: al di là del fatto che norme di funzionamento (già dichiarate illegittime dalla famosa sentenza Greco, che trovate a questa pagina) appaiano anacronistiche (esiste un lavoro con una data di scadenza?), questa vicenda segnala il totale fallimento della politica AIA in materia di crescita delle nuove leve.
Sull’arbitro poco da aggiungere: un buon arbitro, poco incline al dialogo, molto decisionista, di sicuro affidamento per gare di seconda/terza fascia. Probabile che, negli ultimi due/tre anni di attività, possa trovare anche qualche big match più per mancanza di alternative che per meriti conquistati sul campo.

Michael Fabbri, sezione di Ravenna – terza stagione

Michael Fabbri

Uno degli elementi della CAN A che mi riesce più complesso giudicare. Alterna grandi prestazioni a direzioni allucinanti (in ultimo ricordo la pessima serata in Milan-Atalanta, realmente da brividi). Per quanto comincino ad essere numerose le presenze in serie A, ancora non si capisce quale possa essere la vera dimensione di Fabbri: arbitrino buono per tappare buchi di calendario oppure giovane su cui investire per il futuro? La risposta potrà fornirla solo lui, l’importante è che possa scendere in campo sereno senza l’assillo del posto da internazionale da conquistare: se dovesse dirigere con questo tarlo, è praticamente certo che non riuscirà a concretizzare le sue doti che, indubbiamente, si intravvedono. La sensazione è che Rizzoli gli stia concedendo fiducia ripagata, finora, molto male: può capitare un momento di confusione tecnica, la perdita di meccanismi e certezze. Sembrava avviato, sul finire della scorsa stagione, ad un’annata di pieno lancio, tanto che non ho mai nascosto l’apprezzamento per quanto offerto in campo. La crescita pare essersi arrestata ma confido che possa trattarsi solo di un momento di appannamento. I mezzi li ha, è adesso suo compito capire il perché non riesca ad offrire un rendimento in linea con le attese.

Claudio Gavillucci, sezione di Latina – terza stagione

Claudio Gavillucci

Gavillucci è, per quanto mi riguarda, un mistero.
Non è un cattivo arbitro. Al contrario, secondo la mia impressione, è un elemento che potrebbe offrire un rendimento molto superiore a quello attuale che, oggettivamente, risulta oltremodo mediocre. Nonostante ciò sono convinto che abbia notevoli potenzialità (sia chiaro: non ha il talento straripante di Massa o l’intelligenza arbitrale di Rocchi) ma vittima delle sue stesse insicurezze (dovute, in parte, anche al trattamento riservatogli da Messina nei primi due anni di permanenza, perennemente relegato alle peggiori gare in calendario).
Il linguaggio del corpo, come quasi sempre, è rilevatore: in campo ha sempre l’atteggiamento di chi è impaurito per ogni decisione da assumere, appare insicuro su ogni valutazione, non riesce mai a trasmettere certezze nemmeno a chi lo visiona in televisione. Ciò, ovviamente, viene percepito dai calciatori che, spesso, lo mandano in difficoltà.
E’ chiaro che, nelle due precedenti stagioni, è stato salvato più da dismissioni programmate che dai meriti guadagnati in campo. Se, da una parte, la permanenza in A è frutto più dell’allucinante divisione tra CAN A e CAN B, è anche vero che deve cercare in ogni modo di sfruttare questa fortunata coincidenza tentando di ritrovare le sicurezze che aveva nella serie cadetta, arrivando a conquistare una meritata promozione.
Ormai siamo ad un bivio: continuare in questo modo non ha senso. Auspico che, prima o poi, Rizzoli abbia un moto di coraggio (che non gli manca) per rischiare il ragazzo in qualche incontro di seconda fascia, per restituire a Gavillucci un minimo di fiducia (senza quella non si va da nessuna parte, in nessun campo) e per consentirgli di capire se si possa pensare ad un recupero tecnico per il futuro. In caso contrario sarebbe più logico far spazio a qualcun altro.

Piero Giacomelli, sezione di Trieste – sesta stagione

Piero Giacomelli

Su Giacomelli si è detto di tutto nelle ultime settimane. E’ passato quasi un mese da quella nefasta serata dell’Olimpico ed ancora non lo si è rivisto in campo (l’approfondimento completo lo trovate qui).
Elimino ogni dubbio: giusta le decisione di Rizzoli di non farlo rientrare, quanto accaduto in Lazio-Torino va ben oltre l’errore fisiologico. No, non mi riferisco certo alle stupidaggini relative al suo profilo social: la foto di Totti è stata una superficialità inescusabile ma la sospensione non è certo conseguenza di un’immagine, di una surreale class action o di una grottesca indagine federale. La sospensione è frutto di un atteggiamento in campo di Giacomelli che non poteva più essere tollerato.
Se vogliamo affrontare la questione Giacomelli sotto il punto di vista tecnico, non ho alcun motivo per nascondere che sappia arbitrale: conosce il gioco, fischia il giusto (forse esagerando nel voler limitare le interruzioni), ha capacità decisionale, ha un ottimo approccio con i calciatori.
Ciò che non va, peraltro da sempre, nelle direzioni di Giacomelli è il modo troppo leggero di affrontare le gare: spesso distaccato, quasi come non gliene fregasse nulla di quel che fa, sovente troppo indulgente a livello disciplinare a tal punto da far sorgere il sospetto (sospetto?) di voler per forza concludere le gare con poche sanzioni. Ebbene, in ogni categoria esistono gare che possono concludersi senza ammoniti oppure con un taccuino strapieno di sanzioni disciplinari. Il problema di Giacomelli è che, vedendolo, pare più interessato ad inseguire il record del minor numero di falli fischiati, il record del minor numero di sanzioni disciplinari, col risultato di sorvolare su ammonizioni che non sono interpretative ma automatiche.
Si prenda, ad esempio, la serata sciagurata di Roma: in occasione dello scontro tra Burdisso ed Immobile un arbitro (qualsiasi arbitro, in qualsiasi categoria) avrebbe dovuto precipitarsi per evitare che il tutto potesse degenerare. Al contrario Giacomelli si avvicinò con una flemma surreale, come se stesse accadendo qualcosa che non lo riguardava minimamente. Si potrà pensare: “ma non si può giudicare un arbitro da un episodio!“. Verissimo: infatti non mi soffermo nemmeno su un rigore, non mi leggerete o sentirete mai giudicare un arbitro sulla base di un singolo episodio (e non l’ho fatto nemmeno oggi) ma questo esempio potrebbe essere ripetuto per mille altre circostanze nelle quali Giacomelli si è comportato nello stesso, identico modo.
E’ un peccato perché Rizzoli gli aveva (giustamente) concesso fiducia, addirittura proponendolo per il derby di Torino (diretto discretamente ma con qualche ammonizione di troppo risparmiata, come sempre). Adesso starà a lui riconquistare la fiducia del designatore ripartendo da un principio: in campo si arbitra. Arbitrare significa ammonire quando si deve ammonire, fischiare quando si deve fischiare, far rispettare le regole. Altrimenti non stiamo parlando più di “attività arbitrale” ma di scendere in campo con una divisa: e questo son buoni tutti a farlo, pure io a 45 anni, con un cuore ballerino e con una condizione fisica non certo impeccabile…

Marco Guida, sezione di Torre Annunziata – nono anno

Marco Guida

Non è un mistero: non mi piace, non mi è mai piaciuto.
Promosso giovanissimo alla CAN A/B prima ed alla CAN A poi, internazionale con davanti oltre 10 anni di attività, rappresenta quella che doveva essere la scommessa per eccellenza della politica dei giovani di Nicchi: mandare avanti ragazzi in età verdissima per consentire agli stessi di arrivare alle grandi competizioni non a fine carriera.
Risultato: Guida è internazionale da quattro anni, è ancora nella terza fascia di merito UEFA, non viene mai impegnato in competizioni internazionali di primo livello, è totalmente (o quasi) ignorato da Collina.
Nonostante ciò sarei oggettivamente poco credibile se affermassi che Guida non sia capace di arbitrare.
Talento? Poco. Ciò non significa che vorrei vederlo fuori dalla CAN A ma, al contrario, che rappresenta il prototipo perfetto dell’arbitro costruito: non è nato arbitro, è stato cresciuto aggiungendo un pezzo alla volta al mosaico fino a farlo diventare un elemento di media qualità, senza apprezzabili margini di miglioramento, buono per quasi tutte le gare anche di medio alto livello.
Il prezzo da pagare è che, quando comincia a cadere qualche certezza, è difficile recuperare un elemento di questo genere ai livelli a cui lo si aspettava. Negli ultimi anni, dopo la promozione ad internazionale, in Italia non è mai stato scelto (tranne rarissime occasioni ed in circostanze particolari) per i grandi match.
Interessante, da questo punto di vista, la scelta di Guida in occasione del recente derby di Milano, valido per i quarti di finale di Coppa Italia: designazione attesa dai più (me compreso, come alcuni di voi sanno) in una gara di importanza relativa ma tra due squadre di gran blasone (sebbene offuscato da problemi economici non marginali). La risposta è stata positiva, una gara ben diretta sebbene in linea con tutta la carriera di Guida (almeno finora): direzione piatta, anonima, senza alcun segno tangibile di personalità.
Dubito che possa arrivare al limite di età, è il classico arbitro a cui manca la scintilla, il fuoco sacro, la luce del talento.

Massimiliano Irrati, sezione di Pistoia – quinto anno

Massimiliano Irrati

Non è più un ragazzino (classe ’79, si avvia ai 39), prospettive internazionali molto limitate (ipotizzabile qualche gara di Europa League, se dovesse approdare in Champions’ sarei molto sorpreso), è attualmente uno degli arbitri più affidabili in circolazione.
Irrati è un arbitro vero, fischia quando c’è da fischiare, non risparmia ammonizioni per inseguire record, ha la grande capacità di adeguarsi alle gare che dirige: sparisce quando è necessario lasciare completamente il campo ai giocatori, si fa notare quando c’è da decidere. Il motivo per cui si è imposto così velocemente è la grande intelligenza arbitrale di cui è in possesso: saper adattare lo stile di arbitraggio è probabilmente la più grande qualità che, in Italia, pochi possiedono e gestiscono nel modo migliore. Qualche nome oltre ad Irrati? Rocchi, Tagliavento, Massa, Valeri in questa stagione. Non a caso si tratta degli arbitri più affidabili in circolazione e che Irrati sarà chiamato a sostituire nei prossimi anni. Non è difficile prevedere per lui una carriera come quella di Morganti che, per inciso, ritengo il miglior arbitro visto sui campi di calcio italiani negli ultimi 10 anni.

Fine prima parte.

5 commenti
  1. Riccardo
    Riccardo dice:

    Gentile Luca, complimenti per la chiarezza nelle valutazioni dei singoli arbitri.
    Mi collego alla domanda di Antonio: come mai ci sono così tanti arbitri (alcuni anche di ottimo livello) che provengono dalla Puglia?
    Il movimento calcistico nella regione è discreto, ma non esaltante.
    L’avrei concepito negli anni di Matarrese, ma oggi chi comanda? per caso Ajroldi?

      • Riccardo
        Riccardo dice:

        Pensavo anche ai 4 di can B, alcuni ormai che hanno già saggiato la serie A.
        E che l’anno scorso c’era anche Celi (per me, dopo l’incidente, molto migliorato).
        Ma probabilmente ha ragione Lei.

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