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Se pensiamo che il problema fosse Tavecchio, siamo fuori strada. E di parecchio…

Se pensiamo che il problema fosse Tavecchio, siamo fuori strada. E di parecchio…

Se fossi un avvocato (ed incidentalmente lo sono…) e se un cliente mi presentasse le prove di un avvenimento rilevante penalmente, certamente la mia prima preoccupazione sarebbe quella di organizzare i documenti, preparare l’atto di denuncia ed assicurarmi il massimo riserbo.
In nessun caso potrei anche solo pensare di autorizzare il mio cliente a parlare (anonimamente…) con un quotidiano nazionale prima del deposito della denuncia. E per evitare la pubblicazione di un’intervista rilasciata precedentemente, sarebbe bastata una telefonata per bloccarne la diffusione.

E’ bastata una mezza notizia, fondata sulla denuncia ad un quotidiano da parte di una non meglio identificata persona della Federazione per far passare come molestatore l’ormai ex presidente Tavecchio. Per carità, massimo rispetto se la questione fosse fondata ma, fino al terzo grado di giudizio, siamo di fronte al nulla sotto vuoto.

Mi spiace ma io, a questo gioco al massacro, non mi presto.
Perché oggi capita a lui, domani potrebbe capitare a me od a te che stai leggendo: per essere sputtanati sui quotidiani basta mezza giornata, per riabilitare la propria immagine ci vogliono anni. E rimarrà sempre qualche distratto che dimenticherà il particolare che, alla denuncia pubblica, non è seguita alcuna denuncia penale (o civile); ci si dimenticherà che dopo lo scandalo è seguita un’assoluzione (pensate solo agli arbitri coinvolti in Calciopoli, tutti assolti in Cassazione “perché il fatto non sussiste” ma ancora additati da taluni scemi del villaggio globale come colpevoli di aver truccato delle gare).

Il garantismo non è una moda del momento.
Il garantismo è una conquista della democrazia e della giustizia: non si è colpevoli di nulla fino a sentenza passata in giudicato.
Purtroppo, in un mondo costituito da una platea di telespettatori rincoglioniti e da lettori di riviste fondate su programmi demenziali come Grande Fratello, Pomeriggi di Stronzate o bufale surreali (si pensi alla storiella della sposa bambina in Italia, riproposta oggi come decine di volte negli ultimi anni ma che viene di nuovo condivisa nonostante sia palesemente un’idiozia), la notizia di una sentenza definitiva finisce in prima pagina solo se di colpevolezza, per concludere l’opera di sputtanamento pubblico. Al contrario la denuncia anonima (magari anche fondata ma non provata) finisce nella home page di quotidiani sportivi e generalisti come se fosse un fatto già accertato. In questo caso non solo non abbiamo una sentenza ma, addirittura (come affermato dagli stessi protagonisti), nemmeno una denuncia formale.

Se sarà accertato il fatto, lo commenterò, con la durezza necessaria. Per ora condanno senza se e senza ma questo genere di gogne mediatiche, qualunque esse siano e chiunque siano coloro che vengono “additati” come colpevoli dai tribunali massmediatici.

Niente di differente rispetto a quel che è accaduto sul piano politico/sportivo: tutti parlano, quasi tutti delegittimano, nessuno propone alternative.
L’importante è che Tavecchio si dimetta, come se fosse lui il responsabile di tutti i mali della nostra nazione.

Il tutto “parte” dalla superficialità di chi dovrebbe approfondire ma si limita a proporre indigeribili minestroni con frasi come “il calcio italiano fa schifo“.
La verità è diversa: il calcio italiano, inteso tecnicamente, è in coma.
Il calcio italiano, inteso come organizzazione, no: i conti sono in perfetto ordine (qui trovate il bilancio 2016, approvato dal Consiglio federale il 26 giugno 2017), la Serie C è scesa a 3 gironi da 19 squadre (strano che i calciatori siano contrari a Tavecchio, vero?), i Centri Tecnici Federali sono stati avviati (certo, hanno alcuni problemi di funzionamento ma solo degli irrecuperabili cretini possono pensare che un’innovazione del genere [o come il VAR] funzioni dal giorno dopo…), sono state implementate le risorse per il calcio femminile, l’Italia avrà quattro posti certi ai gironi di Champions’ senza dover passare i preliminari, l’Italia ha un vicepresidente UEFA ed un componente aggiunto alla FIFA. Tutto dovuto. Talmente dovuto che, prima, nessuno di questi risultati era nemmeno ipotizzabile.

Ma che importa? Cosa crea più audience o più giornali venduti? Riconoscere i meriti o lo sputtanamento di una persona indicato come colpevole perché abbiamo una generazione di giocatori impresentabili?
L’importante è rispolverare le gaffe di Tavecchio e pazienza se certe parole sono del tutto decontestualizzate.
Volete un esempio?
Le donne handicappate.
Tavecchio non disse nulla di tutto ciò. Espresse, con una forma discutibile, un concetto molto importante per il movimento femminile: “Siamo da sempre protesi a voler dare una dignità estetica alla donna del calcio. Prima si pensava che fosse handicappata rispetto al maschio per resistenza ed altri fattori, adesso invece abbiamo riscontrato che sono molto simili” (la frase completa di Tavecchio). Una frase, analizzata nel suo complesso, che viaggia in direzione perfettamente opposta a quella che vogliono far credere taluni soloni giornalai: solo uno stordito potrebbe intendere l’affermazione come un insulto mentre, al contrario, Tavecchio disse semplicemente che il calcio femminile veniva trattato alla stregua di un movimento di incapaci. La frase si conclude con una constatazione di parità tra uomo e donna nel calcio, il riconoscimento dell’aspetto atletico di ambo i sessi.

Pazienza se del calcio femminile non frega a nessuno. Anzi, meglio! Più facile strumentalizzare una frase estraendo due parole ben precise.

Domani potrebbe succedere a te di essere intervistato e di registrare questa frase: “Il politico X è un buon protagonista della vita politica, non mi permetterei mai di avallare chi lo definisce uno stronzo“. Poi, un paio di settimane dopo, potresti essere cercato su google con le parole chiave “[tuo nome] il politico X è uno stronzo”. Le parole ci sono tutte ma il vostro concetto era tutt’altro…

Sembra una difesa d’ufficio ed invece non lo è.
Tavecchio ha le sue colpe.
Ha sbagliato sotto l’aspetto tecnico, dal 2016, tutto quel che poteva sbagliare.
Dopo Conte.
Ha iniziato benissimo portando in nazionale Antonio Conte, grazie ad un intelligente accordo commerciale con alcuni sponsor che gli consentirono di avere a disposizione il budget necessario per l’ingaggio.
Conte era una scelta fantastica, il miglior tecnico italiano in circolazione (assieme ad Ancelotti) sulla panchina della nazionale. E che si poteva voler di più? I risultati gli diedero ragione: quarti di finale degli Europei ad un rigore dalla semifinale, eliminati per uno scavetto demenziale dalla squadra che, due anni prima, aveva vinto il Mondiale massacrando quasi chiunque.

Non un gran risultato (in assoluto) il quarto di finale, parliamoci chiaro: un gran risultato se rapportato alla squadra a disposizione, non certo composta da fenomeni. Anzi, a parte una difesa solidissima, la stessa mediocre nazionale di oggi ma con un anno in meno.

Le dimissioni di Conte (comprensibili) hanno aperto un problema gigantesco: chi prendere per portare la nazionale verso Russia 2018?
Chi si sarebbe preso la responsabilità di guidare la nazionale nel girone della Spagna (perché era il loro girone, lo è sempre stato, non è mai stato il girone dell’Italia), con la consapevolezza che lo spareggio sarebbe stato il risultato massimo possibile? Valeva la pena, per un allenatore di gran nome, assumersi la responsabilità di una nazionale senza qualità per guidarla fino allo spareggio che, per definizione, può essere una trappola mortale?

Non sorprenda, dunque, che i nomi emersi in quei giorni fossero mediamente non di prim’ordine: Ventura, Gasperini, Donadoni. E non si pensi che, UN ANNO E MEZZO FA, non fossero stati ipotizzati altri grandi nomi. Chi? Lippi, Ancelotti, Spalletti, Capello (qui trovate una delle tante fonti).
Suonano come già sentiti, vero? Magari proprio in questi giorni…
E per quale motivo, secondo voi, hanno rifiutato? Per desiderio di andare in vacanza? O perché non volevano assumersi il rischio di essere ricordati come “l’allenatore che non ha portato la nazionale ai mondiali del 2018“?
Il rifiuto è stato più che ragionevole.
Si dirà: “e ma allora perché adesso Ancelotti potrebbe accettare?”.
Forse perché il prossimo impegno ufficiale (al di là della Nations Cup di settembre) sarà la qualificazione agli Europei, con 24 squadre qualificate su 55, delle quali almeno 25 da considerarsi come sparring partners?

Non difendo Tavecchio e non mi interessa nemmeno farlo.
Affermo solo che lo sfogo di Tavecchio, che ormai tutti abbiamo ascoltato, è più che comprensibile e preferisco di gran lunga uno sfogo a braccio piuttosto che dichiarazioni asettiche piene di frasi in politichese stretto.

Perché oggi tutti stiamo analizzando (di nuovo!) il passato ma ci scordiamo di quello che sta accadendo.

Partiamo, per esempio, da Malagò.
E’ partito la settimana scorsa con “se fossi Tavecchio mi dimetterei” (Gazzetta dello Sport, 14 novembre 2017). Ha proseguito convocando una Giunta Straordinaria 10 minuti dopo le dimissioni di Tavecchio (che tempismo!), nel contempo annunciando che “il commissariamento è l’unica soluzione” (Repubblica, 20 novembre 2017). Oggi, poi, innesta la retromarcia, dichiarando che “la FIGC potrebbe non essere commissariata” (Gazzetta dello Sport, 21 novembre 2017).
Il motivo?
Ma semplicissimo: lo Statuto del CONI non permette un commissariamento dato che lo stesso è previsto solo per i motivi indicati nell’art. 6, in particolare alla lettera f1):

delibera, su proposta della Giunta Nazionale, il commissariamento delle Federazioni sportive nazionali e delle Discipline sportive associate, in caso di gravi irregolarità nella gestione o di gravi violazioni nell’ordinamento sportivo da parte degli organi direttivi, ovvero in caso di constatata impossibilità di funzionamento dei medesimi, o nel caso che non siano garantiti il regolare avvio e svolgimento delle competizioni sportive nazionali (qui lo Statuto del CONI)

Considerando che non esistono irregolarità di gestione (anzi, i bilanci sono abbondantemente in attivo) o gravi violazioni, rimaneva solo l’impossibilità di funzionamento.

Purtroppo per Malagò, però, la federazione potrà funzionare normalmente fino alle prossime elezioni (da convocarsi entro il 18 febbraio 2018) dato che l’art. 24 comma 9 dello Statuto FIGC stabilisce che:

–  In caso di decadenza o impedimento non temporaneo del Presidente federale, decade immediatamente l’intero Consiglio federale. In caso di dimissioni del Presidente federale, decadono immediatamente il Presidente e l’intero Consiglio federale. L’espletamento dell’ordinaria amministrazione è garantita in prorogatio dal Presidente federale e dal Consiglio federale. In caso di dichiarata impossibilità da parte del Presidente federale, l’espletamento dell’ordinaria amministrazione è garantita in prorogatio dal Vice Presidente federale e dal Consiglio federale. In ogni caso, l’Assemblea viene convocata senza indugio ai sensi dell’art. 21, comma 3, del presente Statuto (lo Statuto FIGC lo trovate a questo link)

Che fare, dunque?
Semplice, si innesta la retromarcia, si indica come motivazione “la fiducia nel Consiglio Federale” (ipotizzo…) e tutto andrà bene, madama la marchesa.

Ma una domanda sorge spontanea.
Veniamo da un’estate drammatica per lo sport italiano: pallacanestro anonima nell’Europeo dopo aver fallito (in casa!) la qualificazione alle Olimpiadi, mondiali di atletica disastrosi (di nuovo…), pallavolo distrutta dal Belgio e potrei andare avanti citando il rugby (una figuraccia dopo l’altra), la pallanuoto (sia femminile che maschile).
Ma chi è il massimo esponente dello sport italiano?

Malagò?
Ah ecco! Mi pareva che qualcosa non quadrasse: per quale motivo Malagò suggerisce le dimissioni per una mancata qualificazione ai Mondiali ma non ci pensa nemmeno a dimettersi dopo una serie infinita di disastri per lo sport italiano? Perchè, per esempio, non si è dimesso dopo non essere riuscito a convincere nemmeno la Raggi sulle Olimpiadi?

Non mi piace per nulla questa risolutezza nel chiedere le dimissioni altrui sorvolando allegramente sul disastro dello sport italiano nel suo complesso. Uno sport italiano che non conta nulla nel panorama mondiale, ad eccezione di alcuni atleti che eccellono personalmente e non nel contesto di un movimento dominante (scherma a parte, disciplina di nicchia e di cui ci occupiamo per dieci giorni dieci ogni quattro anni).

L’ultima “trovata” di questi alti dirigenti (in primis Lotti e Malagò stesso) è quella di contattare personalmente (o per interposta persona) personaggi più o meno conosciuti per valutarne la disponibilità ad accettare la presidenza della Federazione.

Anche in questo caso la domanda sorge spontanea: la FIGC non è per caso un ente facente parte del CONI ma indipendente sia a livello economico che tecnico? E, pertanto, sulla base di quali poteri e per quale motivo un Ministro per lo Sport ed un Presidente del CONI dovrebbero incontrare persone eleggibili?

Altro aspetto curioso di questi giorni insensati: ipotizzando che qualcuna di queste persone mostrasse disponibilità, come potranno mai i suddetti vedere eletto il loro “nome“? Forse hanno dimenticato che il presidente della FIGC NON viene nominato ma eletto dal Consiglio Federale? E, pertanto, a che servono questi incontri? Non credo che abbiano già i voti certi delle varie Leghe od Associazioni. Voglio sperare che sia così, in caso contrario dovremmo pensar male dei rapporti tra Stato, CONI e Consiglio Federale…

Parliamoci chiaro: i candidati alla Presidenza della federazione devono presentarsi liberamente, devono essere democraticamente eletti dal Consiglio Federale, non devono essere, nemmeno indirettamente, imposti dall’alto. Anche perché, e forse sarebbe bene ricordarlo, la FIFA ha già sospeso diverse federazioni per interferenze della politica. E quale interferenza più palese di un nome “scelto” da rappresentanti che non possono in alcun modo imporre linee ed indirizzi ad una Federazione indipendente?
Manca solo che, dopo il primo mondiale mancato in 60 anni, arrivi pure la sospensione dell’attività internazionale dell’Italia per ingerenze politiche: no, grazie, non ne abbiamo bisogno.

Infine vorrei capire come funziona la meritocrazia in ambito nazional/sportivo.
Lotti e Malagò incontreranno nei prossimi giorni Collina. A che titolo, come già ampiamente trattato, non è dato saperlo.
In ogni caso parleranno di un’eventuale presidenza di Collina alla FIGC.
Tanto per essere chiari, quali sarebbero i meriti dirigenziali di Collina?
Aver diviso la CAN A/B in due, creando il mezzo disastro tecnico a cui sta andando incontro l’AIA? E ricordiamoci che il peggio deve ancora venire (ne parlerò nei prossimi giorni).
Aver lavorato per 7 (sette) anni come designatore UEFA per portare al mondiale arbitri come Turpin, Lahoz e Brych?
Francamente mi sfugge quali garanzie possa offrire Collina. Ma sappiamo bene che, in Italia, la meritocrazia sceglie strade strane, spesso incomprensibili per noi comuni mortali…

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Giornata numero 11, da Orsato al San Paolo tante note positive

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VAR, quando, come e soprattutto SE. Ma non è una moviola… (Parte 1 di 2)

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Tutto ciò che (non) è misterioso nella rinuncia di Rizzoli ai Mondiali

 

Tutto ha inizio con la deroga concessa da Collina a Rizzoli a gennaio 2017 ma, in realtà, conosciuta dall’AIA già in precedenza.

Andiamo con ordine, ricostruendo non certo con informazioni segrete giunte alle mie orecchie ma per semplice logica:
– la lista degli internazionali viene proposta dal Presidente dell’AIA al presidente della FIGC nel mese di ottobre/novembre (settimana più, settimana meno);
– il presidente della FIGC inoltra alla commissione UEFA/FIFA le proposte relative agli arbitri internazionali. Per le nazioni più importanti queste liste vengono (di fatto) concordate tra presidente nazionale e responsabile degli arbitri internazionali (nel nostro caso tra Nicchi e Collina);
– Collina, per la prima volta, concede a Rizzoli di arbitrare oltre i termini, cioè oltre i 45 anni;
– l’AIA, dunque, propone un solo nuovo arbitro internazionale (Irrati) sapendo che verrà dismesso dal ruolo Damato (per scelta tecnica un anno prima della naturale scadenza) e che Rizzoli, al contrario, verrà confermato (ed inserito nella lista dei selezionabili per Russia 2018, assieme a Rocchi ed Orsato);
– Nicchi, durante un’intervista a Sky e dietro precisa domanda del sempre impeccabile Fontani, non scioglie i dubbi sulla permanenza di Rizzoli nell’elenco degli arbitri della CAN A. Giustamente, aggiungo, per far passare il principio che gli arbitri debbano guadagnarsi la permanenza ed aggiungendo che nell’AIA esistono delle regole da rispettare. Una di queste regole è che, a 45 anni, si raggiunge il limite di permanenza per motivi anagrafici;
– per poter partecipare ai prossimi Mondiali (giugno/luglio 2018), Rizzoli avrebbe avuto necessità di ottenere due deroghe in Italia, una quest’anno ed una il prossimo anno (dato che sarebbe abbastanza surreale credere alla tesi che un arbitro possa dirigere in un Mondiale mentre viene dismesso nella propria federazione). In Italia nessuno ha mai avuto due deroghe, persino due mostri sacri come Farina e Collina ne hanno ottenuta una sola. Farina chiuse la sua carriera in campo, Collina in un albergo di Viareggio con dimissioni anticipate.

Rizzoli è stato un arbitro fantastico.
Rizzoli, oggi, è ancora un grande arbitro. Negarlo significa essere in malafede oppure far parte dell’ampia schiera di persone che non capiscono un accidente di arbitri ma pretendono di essere esperti della materia. E sì, è pieno di ciarlatani del genere.

La scelta di Rizzoli è una scelta condivisa. Condivisa da Rizzoli e dall’AIA che hanno voluto, in questo modo, evitare un problema che avrebbe potuto avere conseguenze molto negative per tutto il movimento.

Lettera Rizzoli

A cosa mi riferisco?
Semplice, al ricambio generazionale.
Rizzoli al Mondiale 2018 avrebbe significato la chiusura della carriera nel mese di giugno 2019, a 48 anni.
Un’età certamente non più considerabile avanzata, a maggior ragione per un uomo come Rizzoli che, ancora oggi, mostra una qualità atletica che centinaia di ragazzi men che ventenni possono solo sognare, frutto di impegni, serietà, dedizione, programmazione e vita senza alcun eccesso. Una vita da atleta vero, a 360 gradi. Ma pur sempre ben 3 anni oltre il limite concesso dal regolamento AIA.

Una tale procrastinazione della fine della carriera avrebbe aperto un grave problema all’interno dell’associazione. La preselezione al Mondiale 2018 avrebbe imposto all’AIA una decisione che, al contrario, deve dipendere solo ed esclusivamente dall’ambito interno. E’ evidente che Collina, con l’inserimento di Rizzoli nella lista dei preselezionati per i mondiali di Russia, ha volutamente forzato la mano alla “sua” stessa federazione, imponendo una deroga. Non una novità, per Collina forzare la mano (e le graduatorie) è abbastanza normale, il rispetto delle regole vale solo per gli altri.

Non sono mai stato tenero con Nicchi e mai lo sarò quando non agirà per il bene dell’associazione. Ma, in questo caso, non posso che essere felice della soluzione trovata che, in un solo atto, garantisce un’uscita signorile dell’arbitro, mantiene l’autonomia dell’associazione da forzature esterne, assicura il rispetto del regolamento e, soprattutto, “comunica” indirettamente a Collina che le decisioni di competenza dell’AIA vengono prese e verranno prese dall’AIA.

Cosa accadrà adesso?
Nessuno spiffero dei corridoi romani, semplici e razionali riflessioni.

Rizzoli non è più l’arbitro “dominante” ammirato fino al mondiale brasiliano ma rimane un elemento di sicuro affidamento. Così come Damato che, dismesso dal ruolo internazionale, dovrebbe essere escluso dalla CAN A per raggiunto limite di permanenza (fa parte della categoria da oltre dieci stagioni) sebbene abbia compiuto da poco i 44 anni.
A giugno, con ogni probabilità, sia Damato che Rizzoli avranno una deroga per continuare a scendere in campo per la stagione 2017/2018. Per il bolognese ciò significherà anche la possibilità di continuare a dirigere gare internazionali fino a dicembre, sia nelle Coppe Europee che nelle altre competizioni essendo ancora in possesso, come detto precedentemente, del badge da internazionale.
Va da sé che il Mondiale 2018 in Russia sarà la vetrina di una carriera per Gianluca Rocchi (favorito) e Daniele Orsato (leggermente indietro nelle gerarchie UEFA/FIFA). La mia speranza è che i posti per gli italiani possano essere due, non rinunciando a nessuno dei nostri talenti. D’altronde, ai recenti Europei, sono stati selezionati due inglesi piuttosto mediocri come Atkinson e Clattenburg, non vedo per quale motivo non possano essere presenti due arbitri eccezionali come i nostri.

Orsato Rocchi

E poi? Che farà Rizzoli dopo la conclusione della stagione 2017/2018?
Abbastanza prevedibile.
A giugno 2018 scadrà il mandato quadriennale di Domenico Messina, attuale designatore della CAN A. Facile pensare che l’erede naturale possa essere proprio Nicola Rizzoli, uomo di grande talento ma non solo: elevata cultura, capacità dialettica, competenza tecnica, curriculum inarrivabile, stima nell’ambiente. Il profilo perfetto per la categoria che, mi auguro, non sarà riservata agli arbitri di serie A ma torni ad essere la vecchia e rimpianta CAN A/B, riunendo le due categorie separate nel 2010 per una sciagurata decisione della FIGC e dell’immancabile Collina.

Ultima postilla.
Nelle prossime settimane verranno diffuse sciocchezze a piene mani che metteranno in correlazione la decisione ufficializzata ieri con la prestazione di Torino. Nulla di più falso (anche perchè, nel complesso, non è stata AFFATTO una brutta prestazione, anzi…), scelte del genere non si prendono in una mattinata e nemmeno in una settimana, è una scelta che ha origini lontane e che è maturata lentamente. E, soprattutto, dopo tanti colloqui tra arbitro e presidente dell’associazione.

Personalmente ringrazio Nicola che, negli anni precedenti alla promozione nelle massime categorie, ho ammirato e copiato apertamente, prendendo spunto dalla sua capacità di relazionarsi con calciatori e dirigenti. Abbiamo condiviso tanti raduni, ci siamo scontrati apertamente ma, da parte mia, rimane una assoluta ammirazione per quel che ha rappresentato per tutta l’associazione. Nella speranza che, da dirigente, possa essere un talento come in campo.

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